Il 28 gennaio abbiamo pubblicato La casa ispirata di Alberto Savinio. Un oggetto narrativo che sfugge, come il suo autore, a catalogazioni e classificazioni. Una provocazione audace e per certi versi spietata che alberga più nelle pieghe del subconscio che nei rivoli della cronaca.
Di seguito un estratto della prefazione curata da Stefano Scanu.
La casa di questo breve romanzo è ispirata perché destinataria di un soffio soprannaturale, un afflato che qualcosa o qualcuno le ha infuso.
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In questo titolo c’è tutto il genio di Alberto Savinio, scrittore e artista eclettico che nell’intreccio di comicità, fantastico e vocazione avanguardista ha condensato la propria sostanza creativa. Tre elementi genuinamente novecenteschi che anziché includerlo a pieno titolo nel pantheon letterario del secolo scorso, lo hanno proscritto in una «condizione di quarantena», per dirla con le parole del critico e filologo Salvatore Battaglia. Savinio è un autore che non si fa definire: ha frequentato il Futurismo, il Surrealismo e l’Espressionismo senza mai abbandonarsi ad alcuna corrente, sempre mosso da un’agitazione generativa testimoniata anche dalle composizioni frammentarie, che siano letterarie, musicali o pittoriche.
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La sua è materia informe e stratificata: lo zoomorfismo, l’ironia, l’estro linguistico, la critica borghese, il grottesco, la psicoanalisi e la forma breve come il secolo che ha contribuito a plasmare. Ha dato e preso da Marinetti, Breton e Bontempelli passando per Milano, Parigi e Roma, fino alla sua Grecia dove ritornò da soldato in guerra, rileggendo il mito per poi demistificarlo.
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La casa ispirata, pubblicato a puntate sulla rivista «Il Convegno» nel 1920, contiene già diversi elementi riconoscibili nei successivi e più noti Tragedia dell’infanzia e Narrate uomini, la vostra storia. Ci troviamo nella Parigi della belle époque, in una vecchia abitazione di rue Saint-Jaques dove un intellettuale italiano alloggia come pensionante. Il protagonista è tormentato dalle atrocità che aleggiano dentro e fuori quelle mura.
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Siamo di fronte a una riflessione critica del mondo decadente e borghese che l’autore non ha mai risparmiato ai suoi lettori, una lingua e un’allegoria che irride un modello sociale ormai anacronistico, avvitato su se stesso, ingordo e frollato, insomma faisandé.
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Bisogna riconoscere a Savinio l’invenzione di una forma di Surrealismo che non assomiglia a nessun’altra, in cui non c’è alcun automatismo psichico né libere associazioni illogiche che fanno deflagrare la realtà; nelle sue opere ritroviamo invece una consapevole esfoliazione della quotidianità, che rimuove gli strati morti fino a svelare il fantastico. C’è molta fantasia e poco stupore nella sua arte, forse perché prima di altri ha capito che nelle vicende e nelle esistenze più innaturali si annidano sempre significati autentici.

