Il 20 giugno esce Il pigiama del moralista di Amalia Guglielminetti. Una raccolta di racconti caustica, provocatoria, sospesa fra ironia e critica sociale, di una delle grandi autrici dimenticate di inizio Novecento.
Di seguito un estratto della prefazione curata da Giulia Melideo.
Pubblicato per la prima volta nel 1927, Il pigiama del moralista è una raccolta di racconti umoristici, si potrebbero dire sketches, che pullula di riferimenti alla società del suo tempo e che, tuttavia, parla ancora forte e chiaro al nostro presente.
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E in effetti l’ironia è il fil rouge che collega i dieci racconti, un’ironia traboccante dalla voce dell’autrice, al punto che non c’è quasi affermazione che non suoni beffarda, ai limiti del farsesco. Non si tratta però di un’ironia che deride i personaggi, quanto piuttosto che prende di mira la società e il perbenismo in essa vigente in modo efficace, quasi chirurgico, e lo fa per voce delle donne.
In una versione capovolta degli stereotipi di genere, sono i personaggi femminili a essere disincantati e dissacranti. In loro però non vi è rassegnazione cinica, quanto piuttosto un umoristico disinganno.
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Curiosamente, però, quella che emerge da Il pigiama del moralista è una visione lucida del mondo circostante, dei suoi cambiamenti nei costumi e nel linguaggio, nel suo aprirsi a un orizzonte più internazionale. Guglielminetti osserva questi cambiamenti e al contempo vi si fa partecipe: veste all’ultima moda parigina, frequenta i salotti mondani di Torino, Roma e Parigi, ama definirsi «un oggetto di lusso» e tuttavia, come la sua voce narrante, da tutto questo mantiene sempre un certo umoristico distacco.
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Il gusto per le chiose e le frasi a effetto caratterizza tutti i racconti ed è un ulteriore riferimento ironico alla morale, in particolare a quella schematica delle favole, di cui per altro Guglielminetti è stata autrice, seppur con scarso successo. Si possono quasi sempre rintracciare, nello schema narrativo dei racconti, «protagonista», «antagonista» e «aiutante» solo che, nella maggior parte dei casi, a un certo punto i ruoli si ribaltano, con l’aiutante che sfrutta il protagonista per i suoi fini, quest’ultimo che finisce vittima delle sue stesse trame, o con l’antagonista che, per gli imperscrutabili giri della fortuna, finisce per trarre vantaggio dalle altrui macchinazioni. E la famosa «morale della favola» finisce per esaltare virtù come scaltrezza, furbizia e inganno, in aperta polemica con la società perbenista del tempo.
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Dopo un breve periodo di acclamazione critica per le sue poesie, con attestati di stima provenienti da uomini di cultura e letterati come Graf, d’Annunzio e Gozzano, con cui ebbe una nota e travagliata relazione d’amore, Guglielminetti finì presto per essere chiacchierata più per la sua vita personale che per la sua attività letteraria per poi, dopo la sua morte, essere quasi dimenticata.
Questi racconti dimostrano, però, come questa autrice debba tutt’oggi meritare attenzione non solo in virtù delle sue relazioni amorose eccellenti (basti pensare che, come epigrafe tombale, avrebbe desiderato uno dei suoi versi: «Essa è per sempre quella che va sola»), ma per la sua capacità di fotografare con sagace gusto ironico le contraddizioni del suo tempo, alcune delle quali sono anche del nostro tempo, in cui «i moralisti, anche quando non sono casti, sono almeno cauti». O forse nemmeno quello.

