Interviste

Un archetipo contemporaneo. I versi di Manuela Morara fra mito e presente

Manuela Morara amamisenzapunteggiatura

Basalto Edizioni si apre alla poesia contemporanea. Il 10 dicembre esce amamisenzapunteggiatura di Manuela Morara, con prefazione di Michele Piramide. Versi densi, intrisi di dolore e di amore che raccontano il presente attraverso il mito.

 

Maya Vassallo Di Florio, specializzata in Filosofia e Spiritualità Femminista, fondatrice del Tempio della Grande Dea, dipinge con le parole l’essenza di una silloge in cui l’autrice si mette a nudo restituendo ai lettori, senza paura, l’intensità di una vita vissuta.

Spesso la migliore poesia è un espresso di sofferenza e, quando non lo è, una spremuta di piacere terrigno.

Amamisenzapunteggiatura conduce nei ritmi e nel respiro delle pescatrici di perle giapponesi.

Con perle, sale e ostrica, inizia l’immersione in questo viaggio, che è vera poesis, perché realmente ha il potere di creare, con parole fotografiche, emozioni che rimbombano nel corpo, vi ruscellano sopra e dentro, lo attraversano, partendo da immagini carnali – di sangue, di pelle, di graffi e morsi, di salmastri flutti di piacere – estendendo radici nei terreni psichici del lettore e della lettrice.

Questi versi, per utilizzare un linguaggio afroditico che mi è caro, sono un’altalena esoterica di katabasi e anabasi, un ondeggiare ritmico di respiri o gemiti, atmosfere e sensazioni, un muoversi sulle creste liminali tra piacere e dolore, riemergendo ogni volta esattamente nel loro punto di congiunzione.

Allo stesso modo in cui Afrodite risorge dalle acque nella sua verginità, ossia integrità, ogni volta che accetta il sacrificio di recuperare le sue ricchezze psichiche, raggiungendo i fondali.

Gli abissi, fuori dalla nostra zona di comfort, sono foreste sottomarine nelle quali questo libro ci ispira l’urgenza di tuffarci, se vogliamo far emergere la nostra perla alla mente conscia.

Simbolo della capacità alchemica dell’anima, la perla nasce, infatti, da una ferita, è un corpo estraneo che penetra nell’ostrica e che questa coccola e cura, avvolgendola in strati di madreperla, fino a trasformarla in qualcosa di prezioso.

Nel saggio Sulla pietra. Immagini alchemiche della meta, lo psicanalista James Hillman scrive: «La perla come meta esprime l’idea che la “prima materia”, il trascurabile granello di sabbia che chiamiamo sintomo o problema, se ci si lavora con costanza, piano piano si ricopre di un rivestimento. Un processo organico trasforma il granello di sabbia in una gemma coagulata.

Il lavoro avviene nelle profondità del mare, dove non arriva la luce, dentro l’ostrica ermeticamente chiusa. Poi deve essere pescata e, aperte con forza le valve, tirata fuori.

Non basta avere una perla in fondo al mare, non basta essere dotati di ricchezze e di talenti, perché potrebbero restare lì, ancora chiusi dentro l’ostrica».

Manuela Morara apre le valve e ne estrae questa sua opera prima poetica, inanellando queste poesie in una collana e, con la bellezza sensualmente scioccante di uno schiaffo d’onda, ci fa volere vedere.

Gli occhi – mai chiusi –

Chiari di speranza

E paure mute.

E noi tutto vediamo nitidamente, viaggiando in visioni oniriche, che pennellano molteplici sfumature della realtà umana, con il coraggio di chi ormai prende il tè con i propri mostri e le proprie demonesse.

Sono proprio loro le custodi e le guide di questo viaggio nei meandri della psiche, nessun rassicurante Virgilio né Beatrice, ma quattro grandi dee, rese mostri dal patriarcato.

La madre Ceto e le figlie Steno, Euriale e Medusa ci accompagnano a superare la paura della morte, delle orgasmiche “piccole morti”, ad ammettere la violenza della primavera, a guardare i corpi smembrati delle donne, soprattutto madri, sibilandoci fieramente che compito nostro è accogliere il “mostruoso femminile” di cui parla Jude Ellison Sady Doyle.

In questa dimensione rientrano la sessualità ferale, l’essere non solo madre – che rivendica il suo esser tale anche se non perfetta, anche se piena di cicatrici, anzi proprio per questo conquista la corona – ma anche graffiante amazzone, spinosa creatura della notte e psichedelica amante.

Una poesia che si esalta nelle pause, alternando apnee positive e negative e risultando per questo salubre, temprante, tonificante dei nostri muscoli psicologici, in un rincorrersi di crudezza e dolcezza.

Frammenta la mia schiena

in cerchi

concentrici

di baci.

Un poetico vivere che, necessariamente rotto – da canyon inondati in modo stupefacente da desideri lasciati liberi, a seguito di improvvisi cedimenti di dighe razionali -, può infine esser suturato con baci all’oro, come nell’arte giapponese del kintsugi, in un’alleanza tra l’audace animo dell’autrice e il gentile guizzo della nostra immaginazione.

 

Presentazione del libro

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